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30 gen 2026

NEL BIANCO DI UNA LUCE CRUDA

NEL BIANCO DI UNA LUCE CRUDA

Autore: Giuseppe Liotta / venerdì 30 gennaio 2026 / Categorie: Attualità / Vota questo articolo:
4.0

Attore, regista, drammaturgo, ma anche poeta e scrittore a tutto campo, Enzo Moscato è stato tra i principali protagonisti della scena teatrale napoletana post-eduardiana, nata all’ombra del Vesuvio agli inizi degli anni ottanta dello scorso secolo e che annovera fra i suoi nomi più illustri un capofila come Roberto De Simone, e poi Annibale Ruccello, il drammaturgo Manlio Santanelli, la Compagnia “Teatro Alfred Jarry” di Mario e Maria Luisa Santella, “Falso Movimento” di Mario Martone che nel 1987 fondò, insieme a Toni Servillo e Antonio Neiwiller, i Teatri Uniti, il primo e più significativo esempio di teatro “stabile” della città di Napoli, che nel 1991  portò la Compagnia a debuttare al Teatro Valle di Roma proprio con un testo di Moscato, Rasoi per la regia di Mario Martone, divenuto presto lo spettacolo-manifesto dei Teatri Uniti. Ma dobbiamo al critico teatrale Franco Quadri la “scoperta” nazionale del talento drammaturgico di Enzo Moscato che nel 1985 vinse il Premio Riccione per il teatro con Pièce Noire, messo in scena al Teatro Testoni di Bologna con la regia di Cherif. 


Crediti foto: Lia Pasqualino.

Non era per niente facile dunque raccontare Enzo Moscato, ad appena due anni dalla sua scomparsa, con tutto quel portato di memorie, libri, fantasie teatrali (“È l’Invisibile che predomina nelle mie scritture”), non solo a chi l’ha conosciuto bene ma soprattutto a chi non l’ha mai visto in scena, o non ha letto le sue poesie o i suoi testi, teatrali e no, scritti per lo più in un dialetto orale di difficile comprensione, se non attraverso il suono, la cadenza della sua voce, il ritmo delle battute, le intonazioni dolci e feroci che in qualche maniera riuscivano ad essere illuminati dalla sua presenza in scena: l’unica strada è sembrata, a Roberto Andò, quella di non partire da Enzo Moscato ma di arrivare a lui piano piano, lentamente, per acquisizioni progressive di parole, gesti, ricordi che in scena diventano azione, fatti, episodi di vita vissuta e mai dimenticata, resi incancellabili dal capriccio di una mente (e di un cuore) che si ostinava ad annotare, trattenere sulla pagina come preziosa linfa del vivere: un diario minimo, una piccola nota, un appunto, in cui lasciare traccia, debole o forte che fosse, di un’esistenza viva, vitale, autentica, mossa da un celeste destino che andava assecondato, e a cui inevitabilmente verrà restituita. È questa idea del transeunte, di effimero, di occasione perduta, e ritrovata, d’ inconsistenza strutturale e formale su cui poggiano le radici di una realtà immaginaria, altra, ma più vera e sensibile di quella che lo circonda e vorrebbe sopraffarlo, e a cui, anche solo per una sera, l’attore-poeta riusciva a dare scacco per vincere la sua partita con la vita, e per puntuale, inevitabile simmetria delle faccende umane, anche con la morte, il cuore pulsante di una rappresentazione piena di segni e di rimandi all’arte sacra figurativa e pittorica del barocco partenopeo. 


Crediti foto: Lia Pasqualino.

Musella/Moscato indossa un lancinante abito bianco che è il colore dei sogni, come in di Federico Fellini, e ci parla dei suoi “anni piccoli” non come brani di un racconto impossibile, ma come umori, immagini, impressioni, sensazioni che non tengono, che scivolano via appena sono stati vissuti, o come di una Mappa segreta ritrovata, per dirlo con J.L. Borges, in cui si procede per continui incantamenti, come nel leopardiano Canto notturno del pastore errante per l’Asia; in questo caso di un poeta-attore che visita, oltre ad esserne visitato, persone realmente vissute  diventate, nel prodigio del ricordo, personaggi in tutta la loro concreta e immateriale seconda esistenza scenica. Così veniamo a conoscenza di episodi di vita intima divenuti incancellabili come quando suo padre lo porta a piedi sulle spalle al Santuario di Sant’Antonio ad Afragola, e lo innalza, come gesto votivo, fino alla effigie del Santo, o l’episodio del Premio vinto alla Standa di via Toledo accanto alla mamma, o quello della lite tra due Babbo Natale dove ci scappa pure il morto, o degli spiritelli degli alunni suicidi di una scuola elementare, le cui anime perse continuano a vagare in quel luogo di morte, o la scomparsa delle sorelle-zitelle Musciacco che dà vita ad una delle sequenze più teatrali efficaci e forti dello spettacolo con quegli acini di uva rossa che rotolano dalla scalinata e vengono scambiati per li uocchie jettati, usciti dalle orbite delle povere signorine assassinate: una scena irreale, assurda,  fra metafisica e surrealismo astratto, in cui risiede la cifra stilistica dell’intera rappresentazione.


Crediti foto: Lia Pasqualino.

Il fascino oltremodo visibile dello spettacolo è nei tanti segreti che nasconde e ti fa venire voglia di scoprirli tutti ad una seconda e anche terza visione. Anche e soprattutto per la sontuosa e spavalda mesa in scena che nulla si risparmia per il raggiungimento di una teatralità non banalmente esibita, bensì critica, come di uno sguardo registico sapientemente coltivato e consapevole dei suoi fini spettacolari che ci regala la magnificenza di una scenografia che ha la sacralità di un tableau vivant preso in prestito da una stampa dell’Ottocento napoletano: un’alta scalinata occupa l’intero palcoscenico a simulare, pantografato dall’immaginazione, un vicolo dei Quartieri Spagnoli sui cui gradini stanno le voci e i corpi della città che prendono vita come un carosello napoletano, attivati da una musica, una canzone, un cambio di luci; davanti, fino a raggiungere il proscenio, c’è una piscina vera con suo immancabile specchio d’acqua che vuole rimandare ai mitici “Bagni Eldorado”, con la gioventù  partenopea degli anni ’50 che si butta in quell’acqua a fare da contraltare alle povere e strette strade di Toledo, e nello stesso tempo, da ineluttabile amarcord agli occhi del giovane Enzo Moscato che della curiosità verso gli aspetti più sconosciuti e nascosti della vita ne aveva fatto la sua fonte di ispirazione letteraria e artistica. 

Crediti foto: Lia Pasqualino.

Questo Non posso narrare la mia vita si offre, infine, allo sguardo del pubblico come uno spettacolo totale non soltanto per l’uso che ne viene fatto, “in lungo e in largo”, in altezza e in profondità, dell’intero spazio scenico, utilizzato nel suo millesimo quadrato, (scenografia e luci superbe di Gianni Carluccio), ma principalmente per i diversi linguaggi teatrali che lo attraversano (la sceneggiata, l’opera musicale, il teatro-canzone, l’avanspettacolo, il balletto, la danza), e sebbene il centro della scena appartiene soltanto a Musella/Moscato, lo spettacolo è risolutamente corale, dove ciascuno degli interpreti gode di un ruolo e di uno spazio d’azione autoriale e recitativo ampio e preciso: così, accanto allo straordinario Lino Musella che ci restituisce, leggero come una piuma, la grazia di un artista irreale e corporeo allo stesso tempo, ritroviamo anche la poetica partecipazione di una presenza “storica” come Tonino Taiuti, che qui fa anche uno strepitoso Pulcinella fuori dal canone, e quella metafisica ed enigmatica di Giuseppe Affinito, mentre Lello Giulivo e Flo cantano in maniera impeccabile le canzoni di una Napoli d’antan.

Crediti foto: Lia Pasqualino.

Ogni cosa risulta particolarmente vivificata, accesa e calibrata alla perfezione dallo sguardo vigile e attento di Roberto Andò che delle due anime di Napoli, quella popolare e quella colta e intellettuale, riesce a darcene una soltanto che le contiene entrambe, e che come pochi registi teatrali al mondo, sa intrecciare tecnica teatrale e tecnica cinematografica in unico linguaggio espressivo, teso a produrre una sorte di inudibile, o impercettibile rumore bianco di grande e intenso coinvolgimento, riuscendo perfino nell’azzardo di proiettare a tutto schermo, una breve sequenza di Niagara con Marilyn Monroe che canta Kiss, facendola apparire assolutamente congeniale allo svolgimento e al senso della “sua” narrazione, mentre un vecchio grammofono col suo antico suono è lì a ricordarci gli anni d’oro della canzone napoletana. 

Crediti foto: Lia Pasqualino.

NON POSSO NARRARE LA MIA VITA, da Gli anni piccoli e altri testi di Enzo Moscato. Drammaturgia e regia di Roberto Andò. Scene e luci di Gianni Carluccio. Costumi di Daniela Cernigliaro. Musiche di Pasquale Scialò. Suono di Hubert Westkemper. Coreografie di Luna Cenere. Con Lino Musella, Tonino Taiuti, Flo, Lello Giulivo, Giuseppe Affinito, Vincenzo Pasquariello, Ivano Battiston, Lello Pirone, Eleonora Limongi. Voci e corpi della città: Nikita Abagnale, Mariarosaria Bozzon, Francesca Cercola, Gabriella Cerino, Nicola Conforto, Mattia Coppola, Vincenzo D’Ambrosio, Matteo Maria D’Antò, Ciro Giacco, Eleonora Fardella, Mariano Nicodemo, Maurizio Oliviero. Produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale.




Foto in primo piano: Lino Musella. Crediti: Lia Pasqualino.



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