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NEL GIARDINO DELLE VITE BIFORCATE

NEL GIARDINO DELLE VITE BIFORCATE

Valter Malosti ridisegna il testo cechoviano in una originale chiave comica ed espressionista che guarda al ‘900, coadiuvato da un eccellente gruppo di attori, e da Gianluca Sbicca (costumi) e Gregorio Zurla (scene).

Autore: Anonym/mercoledì 1 marzo 2017/Categorie: Attualità, Teatro, Italia, Toscana

Teatro Carignano – Torino – 30 ottobre 2016
IL GIARDINO DEI CILIEGI di Anton Čechov. Versione italiana di Valter Malosti. Consulente per la lingua russa Vera Rodaro. Regia di Valter Malosti. Con Elena Bucci, Natalino Balasso, Fausto Russo Alesi, Giovanni Anzaldo, Piero Nuti, Eva Robin’s, Roberto Abbiati, Gaetano Colella, Roberta Lanave, Camilla Nigro, Jacopo Squizzato e con gli allievi della Scuola per attori del Teatro Stabile di Torino Federica Dordei e Alessandro Conti. Scene di Gregorio Zurla. Costumi di Gianluca Sbicca. Suono Gup Alcaro. Luci di Francesco Dell'Elba. Cura del movimento di Alessio Maria Romano. Assistente alla regia Elena Serra. Prod. Teatro Stabile di Torino - Teatro Nazionale, con il sostegno della Fondazione CRT.Teatro Carignano.TORINO

Strindberg aveva definito la sua Signorina Giulia (1888) una “tragedia naturalistica” e Cechov il suo Giardino dei ciliegi (1904) “una commedia in quattro atti”: si sbagliarono entrambi. Avevano scritto due testi teatrali che superavano la composizione “di genere” per inaugurare, a pieno titolo, la drammaturgia novecentesca nell’affermazione dell’opera in quanto tale, quindi dei suoi valori drammaturgici piuttosto che testuali; al di là, in definitiva, di qualunque collocazione di comodo in cui ingabbiare il testo drammatico, inaugurando altresì il concetto di “interpretazione” dell’opera teatrale da parte del Regista, spesso completamente opposta all’idea che ne aveva il suo autore. Così Stanislavskij legge e mette in scena il Giardino in chiave seria, drammatica, mentre Cechov se lo voleva rappresentato come un vaudeville. Valter Malosti lo affronta come un lavoro teatrale che preannuncia le temperie sociali e politiche della Rivoluzione d’Ottobre del ’17. Così la vicenda di Liuba Andreevna, possidente in rovina, si trasforma da affare di famiglia in una questione più generale e politica nel momento in cui il regista sorprende e inchioda i suoi personaggi nel pieno del loro smarrimento, di una trattenuta angoscia, di una lacerazione culturale e umana immedicabile.
Per raggiungere il suo fine scenico, Malosti adotta una sofisticata tecnica di straniamento che porta i suoi attori ad essere il personaggio ma mai fino in fondo, e nello stesso tempo, come in un carsico flusso di coscienza, un moto interiore del pensiero, o scarto della mente, a guardarsi pirandellianamente vivere, in quello strano incrocio spazio-temporale che è diventata la scena teatrale, soprattutto da un punto di vista strettamente storico, ma anche visivo, ideativo. Sul fondo, non ciliegi abbattuti ma uno spazio desolato e nella seconda parte dello spettacolo la statua di Lenin rovesciata; all’interno della casa, mura crollate, armadi sbilenchi, macerie come dopo un bombardamento o un terremoto: segni forti che fanno da contrappunto all’intima fragilità dei personaggi mentre gli attori si muovono in completa disarmonia gli uni rispetto agli altri, ciascuno a suo modo, badando ai fatti propri, in una recitazione sostanzialmente espressionista, grottesca, caratterizzata sovente da una comicità meccanica, volutamente esagerata: come di persone in qualche modo lontane dalla vicenda che dovrebbero rappresentare, individui, vincitori e vinti, travolti dal dinamismo della storia e dalla stessa vita che li divide. Elena Bucci fa della Andreevna una donna poco sognante e distratta, più vicino per temperamento ad un personaggio di Ibsen, col piglio realistico di una figura femminile di Giovanni Boldini; Fausto Russo Alesi è un Lopachin nevrotico e sfuggente, evita, finché può, di incrociarsi con Ljuba, sommerso come è da ragioni più grandi di lui che fatica a comprendere. Molto particolari e originali l’Epichodov di Gaetano Colella, il Simeonov di Roberto Abbiati, e il Gaev un po’ surreale di Natalino Balasso. Ben differenziate la Varja di Roberta Lanave e l’Anja di Federica Dordei, Eva Robin’s (strana presenza la sua) nella parte di Charlotte promette molto ma mantiene poco; dove invece, Piero Nuti nella parte del vecchio Firs è un servitore poco senile, niente affatto estraneo alle vicende della casa, legge perfino le didascalie di ogni atto come se fosse lì in scena a rappresentare l’autore e alla fine anche la sua morte, avvenuta meno di sei mesi dopo la prima del Giardino al Teatro d’Arte di Mosca (17 gennaio 1904). Efficaci gli splendidi costumi di Gianluca Sbicca così come la scenografia di Gregorio Zurla che ci offrono l’immagine cupa di un mondo colto nel suo momento di più acuta e tragica trasformazione. 

Photo Tommaso Le Pera

 
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