Attore, regista, drammaturgo, ma anche
poeta e scrittore a tutto campo, Enzo Moscato è stato tra i principali
protagonisti della scena teatrale napoletana post-eduardiana, nata all’ombra
del Vesuvio agli inizi degli anni ottanta dello scorso secolo e che annovera
fra i suoi nomi più illustri un capofila come Roberto De Simone, e poi Annibale
Ruccello, il drammaturgo Manlio Santanelli, la Compagnia “Teatro Alfred Jarry”
di Mario e Maria Luisa Santella, “Falso Movimento” di Mario Martone che nel
1987 fondò, insieme a Toni Servillo e Antonio Neiwiller, i Teatri Uniti, il
primo e più significativo esempio di teatro “stabile” della città di Napoli,
che nel 1991 portò la Compagnia a
debuttare al Teatro Valle di Roma proprio con un testo di Moscato, Rasoi
per la regia di Mario Martone, divenuto presto lo spettacolo-manifesto dei
Teatri Uniti. Ma dobbiamo al critico teatrale Franco Quadri la “scoperta” nazionale
del talento drammaturgico di Enzo Moscato che nel 1985 vinse il Premio Riccione
per il teatro con Pièce Noire, messo in scena al Teatro Testoni di
Bologna con la regia di Cherif.

Crediti foto: Lia Pasqualino.
Non era per niente facile dunque raccontare Enzo Moscato, ad appena due
anni dalla sua scomparsa, con tutto quel portato di memorie, libri, fantasie
teatrali (“È l’Invisibile che predomina nelle mie scritture”), non
solo a chi l’ha conosciuto bene ma soprattutto a chi non l’ha mai visto in
scena, o non ha letto le sue poesie o i suoi testi, teatrali e no, scritti per
lo più in un dialetto orale di difficile comprensione, se non attraverso il
suono, la cadenza della sua voce, il ritmo delle battute, le intonazioni dolci
e feroci che in qualche maniera riuscivano ad essere illuminati dalla sua
presenza in scena: l’unica strada è sembrata, a Roberto Andò, quella di non
partire da Enzo Moscato ma di arrivare a lui piano piano, lentamente, per
acquisizioni progressive di parole, gesti, ricordi che in scena diventano azione,
fatti, episodi di vita vissuta e mai dimenticata, resi incancellabili dal
capriccio di una mente (e di un cuore) che si ostinava ad annotare, trattenere
sulla pagina come preziosa linfa del vivere: un diario minimo, una piccola
nota, un appunto, in cui lasciare traccia, debole o forte che fosse, di
un’esistenza viva, vitale, autentica, mossa da un celeste destino che andava
assecondato, e a cui inevitabilmente verrà restituita. È questa idea del
transeunte, di effimero, di occasione perduta, e ritrovata, d’ inconsistenza
strutturale e formale su cui poggiano le radici di una realtà immaginaria,
altra, ma più vera e sensibile di quella che lo circonda e vorrebbe sopraffarlo,
e a cui, anche solo per una sera, l’attore-poeta riusciva a dare scacco per
vincere la sua partita con la vita, e per puntuale, inevitabile simmetria delle
faccende umane, anche con la morte, il cuore pulsante di una
rappresentazione piena di segni e di rimandi all’arte sacra figurativa e
pittorica del barocco partenopeo.

Crediti foto: Lia Pasqualino.
Musella/Moscato indossa un lancinante abito bianco che
è il colore dei sogni, come in 8½ di Federico Fellini, e ci parla dei suoi “anni
piccoli” non come brani di un racconto impossibile, ma come umori, immagini, impressioni,
sensazioni che non tengono, che scivolano via appena sono stati vissuti,
o come di una Mappa segreta ritrovata, per dirlo con J.L. Borges, in cui
si procede per continui incantamenti, come nel leopardiano Canto notturno
del pastore errante per l’Asia; in questo caso di un poeta-attore
che visita, oltre ad esserne visitato, persone realmente vissute diventate, nel prodigio del ricordo,
personaggi in tutta la loro concreta e immateriale seconda esistenza scenica. Così
veniamo a conoscenza di episodi di vita intima divenuti incancellabili come
quando suo padre lo porta a piedi sulle spalle al Santuario di Sant’Antonio ad
Afragola, e lo innalza, come gesto votivo, fino alla effigie del Santo, o
l’episodio del Premio vinto alla Standa di via Toledo accanto alla mamma, o
quello della lite tra due Babbo Natale dove ci scappa pure il morto, o degli spiritelli
degli alunni suicidi di una scuola elementare, le cui anime perse
continuano a vagare in quel luogo di morte, o la scomparsa delle sorelle-zitelle
Musciacco che dà vita ad una delle sequenze più teatrali efficaci e forti dello
spettacolo con quegli acini di uva rossa che rotolano dalla scalinata e vengono
scambiati per li uocchie jettati, usciti dalle orbite delle
povere signorine assassinate: una scena irreale, assurda, fra metafisica e surrealismo astratto, in cui
risiede la cifra stilistica dell’intera rappresentazione.

Crediti foto: Lia Pasqualino.
Il fascino oltremodo visibile dello spettacolo è nei
tanti segreti che nasconde e ti fa venire voglia di scoprirli tutti ad una
seconda e anche terza visione. Anche e soprattutto per la sontuosa e spavalda
mesa in scena che nulla si risparmia per il raggiungimento di una teatralità
non banalmente esibita, bensì critica, come di uno sguardo registico
sapientemente coltivato e consapevole dei suoi fini spettacolari che ci regala
la magnificenza di una scenografia che ha la sacralità di un tableau vivant
preso in prestito da una stampa dell’Ottocento napoletano: un’alta scalinata
occupa l’intero palcoscenico a simulare, pantografato dall’immaginazione, un
vicolo dei Quartieri Spagnoli sui cui gradini stanno le voci e i corpi
della città che prendono vita come un carosello napoletano, attivati da una
musica, una canzone, un cambio di luci; davanti, fino a raggiungere il
proscenio, c’è una piscina vera con suo immancabile specchio d’acqua che vuole rimandare
ai mitici “Bagni Eldorado”, con la gioventù
partenopea degli anni ’50 che si butta in quell’acqua a fare da
contraltare alle povere e strette strade di Toledo, e nello stesso tempo, da ineluttabile
amarcord agli occhi del giovane Enzo Moscato che della curiosità verso
gli aspetti più sconosciuti e nascosti della vita ne aveva fatto la sua fonte
di ispirazione letteraria e artistica.

Crediti foto: Lia Pasqualino.
Questo Non posso narrare la mia vita si offre, infine, allo sguardo del pubblico come uno spettacolo totale non soltanto per l’uso che ne viene fatto, “in lungo e in largo”, in altezza e in profondità, dell’intero spazio scenico, utilizzato nel suo millesimo quadrato, (scenografia e luci superbe di Gianni Carluccio), ma principalmente per i diversi linguaggi teatrali che lo attraversano (la sceneggiata, l’opera musicale, il teatro-canzone, l’avanspettacolo, il balletto, la danza), e sebbene il centro della scena appartiene soltanto a Musella/Moscato, lo spettacolo è risolutamente corale, dove ciascuno degli interpreti gode di un ruolo e di uno spazio d’azione autoriale e recitativo ampio e preciso: così, accanto allo straordinario Lino Musella che ci restituisce, leggero come una piuma, la grazia di un artista irreale e corporeo allo stesso tempo, ritroviamo anche la poetica partecipazione di una presenza “storica” come Tonino Taiuti, che qui fa anche uno strepitoso Pulcinella fuori dal canone, e quella metafisica ed enigmatica di Giuseppe Affinito, mentre Lello Giulivo e Flo cantano in maniera impeccabile le canzoni di una Napoli d’antan.

Crediti foto: Lia Pasqualino.
Ogni cosa risulta particolarmente
vivificata, accesa e calibrata alla perfezione dallo sguardo vigile e attento
di Roberto Andò che delle due anime di Napoli, quella popolare e quella colta e
intellettuale, riesce a darcene una soltanto che le contiene entrambe, e che come
pochi registi teatrali al mondo, sa intrecciare tecnica teatrale e tecnica
cinematografica in unico linguaggio espressivo, teso a produrre una sorte di
inudibile, o impercettibile rumore bianco di grande e intenso
coinvolgimento, riuscendo perfino nell’azzardo di proiettare a tutto schermo,
una breve sequenza di Niagara con Marilyn Monroe che canta Kiss,
facendola apparire assolutamente congeniale allo svolgimento e al senso della
“sua” narrazione, mentre un vecchio grammofono col suo antico suono è lì a
ricordarci gli anni d’oro della canzone napoletana.

Crediti foto: Lia Pasqualino.
NON POSSO NARRARE LA MIA VITA, da Gli
anni piccoli e altri testi di Enzo Moscato. Drammaturgia e regia di Roberto
Andò. Scene e luci di Gianni Carluccio. Costumi di Daniela Cernigliaro. Musiche
di Pasquale Scialò. Suono di Hubert Westkemper. Coreografie di Luna Cenere. Con
Lino Musella, Tonino Taiuti, Flo, Lello Giulivo, Giuseppe Affinito, Vincenzo
Pasquariello, Ivano Battiston, Lello Pirone, Eleonora Limongi. Voci e corpi
della città: Nikita Abagnale, Mariarosaria Bozzon, Francesca Cercola, Gabriella
Cerino, Nicola Conforto, Mattia Coppola, Vincenzo D’Ambrosio, Matteo Maria
D’Antò, Ciro Giacco, Eleonora Fardella, Mariano Nicodemo, Maurizio Oliviero.
Produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale.
Foto in primo piano: Lino Musella. Crediti: Lia Pasqualino.
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