IL GABBIANO di Anton P. Cechov. Traduzione di Danilo Macrì. Regia di Filippo Dini. Dramaturg e Aiuto-regia Carlo Orlando. Regia della scena lo spettacolo di Kostja Leonardo Manzan. Scene di Laura Benzi. Costumi di Alessio Rosati. Luci di Pasquale Mari. Musiche di Massimo Cordovani. Con Giuliana De Sio, Filippo Dini, Virginia Campolucci, Gennaro Di Biase, Giovanni Drago, Enrica Cortese, Angelica Leo, Valerio Mazzucato, Fulvio Pepe, Edoardo Sorgente. Produzione TSV - Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino - Teatro Nazionale, Teatro di Roma - Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale. Si ringrazia per la preziosa collaborazione Fabbro Lamecca Design, partner tecnico Lyri. Teatro Verdi. Prima Nazionale, 4 novembre 2025. PADOVA-
Cechov, nostro contemporaneo?
Sarebbe il caso di approfondire la questione visto l’interesse di giovani ma
già affermati registi italiani come Leonardo Lidi e Carmelo Rifici per l’opera
teatrale di un padre fondatore della drammaturgia del Novecento, a cui anche
Harold Pinter (ma non solo) ha trovato una insospettata e sorprendente
autoriale ispirazione: come se nelle pieghe del teatro cechoviano ci fossero
saldamente inscritte le radici della nostra modernità, di essere umani tesi
nella continua ricerca di una impossibile felicità. Ma, a differenza di Lidi che
ha scandagliato l’universo teatrale dell’autore russo per trovarvi anche quello
che non c’era, producendo variazioni interpretative che ci mostrano quei
personaggi in una versione burlesque, grottesca, “carnevalesca”, deprivati di
quel principio di identità cechoviano che li rende unici, il lavoro di Filippo
Dini tende ad esasperare il carattere, la personalità teatrale di ciascuno di
loro per mostrarcene il nervo scoperto, l’immutabile e inalterabile destino,
che li coglie sorpresi e inevitabilmente inchiodati ad una disperata vulnerabilità.

Crediti foto: Serena Pea.
Agli inizi del ’900 la società europea vive all’interno di un processo di
grandi trasformazioni dove il primo principio ad entrare in crisi è proprio
quello legato alle singole identità delle persone, alla loro evoluzione
culturale e psicologica, all’incostanza dei sentimenti e alla loro
inevitabilità, e all’irrilevanza di qualsiasi “azione” di fronte ai tempi che
si stanno attraversando. Il gabbiano di Cechov da questo punto di vista diventa
la metafora di un’epoca: quella delle illusioni sbagliate, dei sogni infranti,
degli amori perduti in cui rimane imbrigliata un’intera generazione. Le
coordinate spazio-temporali a teatro vengono rimodulate: Parigi, dove Irina
forse ha trionfato una volta come attrice, rimane soltanto un ricordo, e il
tempo che conta, anche nel succedersi di brevi stagioni, è quello che si ostina
a coniugare soprattutto il presente, o la simultaneità di eventi
contrapposti, come accade nel tragico
finale: da una parte il suicidio di Kostja, dall’altro l’insensato gioco della
tombola proprio per ingannare quelle “lunghe serate d’autunno” che
prevalgono su quell’istante che decide di una vita per restituirgli il suo
valore speciale.

Crediti foto: Serena Pea.
Tutto quello che avviene in scena può essere allora teatralità
dirompente, lontana dalle “convenzioni” cechoviane in uso da decenni per
affidarsi innanzitutto all’abile recitazione dei bravissimi attori, da alcuni particolarmente
esibita, come Filippo Dini nella parte di un inedito Trigorin, o Enrica Cortese,
tenace fino alla irragionevolezza, che è una incisiva Masa, da altri più
rispettosa dei relativi ruoli nel segno di una “tradizione del nuovo”: così
abbiamo una singolare e accattivante Giuliana De Sio che, lavorando per
sottrazioni, ci restituisce una Irina Arkadina non dominatrice ma ineffabile
nella sua indifferenza di madre che ha altro per la testa; mentre Virginia
Campolucci, che interpreta il difficile personaggio di Nina scarta ogni
ordinaria opzione interpretativa per entrare nella ragione stessa delle sue pene
d’amore pagandone il conto, come una eroina tragica, fin dalla sua prima
entrata in scena. Sfiorati da incolpevole ma inevitabile, vitale follia il
Kostja del bravissimo Giovanni Drago, il Dorn di Fulvio Pepe; in linea col
disegno di regia la tenace Polina Andreevna di Angelica Leo, l’attivo Sorin di
Valerio Mazzucato, il determinato Il’ja Samraev di Gennaro Di Biase e l’umile
Semen Medvedenko di Edoardo Sorgente: tutti da applaudire assieme ad Alessio
Rosati che firma i vivaci e coloratissimi costumi, le scene di interni che si
spalancano sul “fuori” di Laura Benzi, e la dinamica, non verbosa traduzione di
Danilo Macrì.

Crediti foto: Serena Pea.
Un discorso a parte merita la colonna sonora ideata da Massimo
Cordovani che, attraverso musiche originali e di repertorio (magistralmente
arrangiate) sottolinea alcuni momenti significativi dello spettacolo senza
badare alla loro pertinenza storica e/o drammaturgica, in funzione spiazzante,
inevitabilmente pop: Les yeux noir (una versione francese di Oci Ciornie),
I Still Haven’t Found Wha I’m Looking For degli U2 o Skyfall cantata da
Masha/Enrica Cortese come se le fosse sempre appartenuta.
Particolare curioso: la regia
dello spettacolo di Kostia, ad inizio del primo atto, in onore della madre
Irina è stata affidata, con grande generosità, da Dini al giovane regista
Leonardo Manzan che ha voluto dare dignità scenica al maldestro tentativo di
Kostja di trovare nuove forme per il teatro e di volere fare vedere la vita
“come si presenta nei sogni”.
Foto in primo piano: da sx a dx in
piedi: Virginia Campolucci (Nina), Edoardo Sorgente (Semen Semenovič Medvedenko), Fulvio Pepe (Evgeneij
Sergeevič Dorn), Giuliana De Sio (Irina Nikolaevna Arkadina), Filippo Dini
(Boris Aleskseevič Trigorin), Angelica Leo (Polina Andreevna), Gennaro Di Biase
(Il’ja Afanas’evič Šamraev).
Da sx a dx seduti: Enrica Cortese
(Maša), Valerio Mazzucato (Petr Nikolaevič Sorin), Giovanni Drago (Kostantin Gavrilovič
Treplev). Crediti foto: Serena Pea.
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