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CARLOS JAICO CARRANZA, UNA GRANDE, CONCRETA SPERANZA PER IL PERU’

CARLOS JAICO CARRANZA, UNA GRANDE, CONCRETA SPERANZA PER IL PERU’

Fondatore e presidente del partito “Cambia Perù”, il suo impegno si estende dalla lotta alla corruzione alla realizzazione dei più importanti progetti di sviluppo scientifico, tecnologico, economico, culturale, turistico del suo Paese con una proposta politica basata sul diritto internazionale.

Author: Rita Sanvincenti/Friday, November 28, 2014/Categories: News, Messico, USA

Carlos Jaico Carranza, nato a Chimbote, nella regione peruviana di, Ancasha nord di Lima, è il presidente del partito indipendente “Cambia Perù”, da lui fondato nel 2007, a Friburgo in Svizzera. I suoi genitori, da Santiago de Chuco (la città del più celebre poeta peruviano, Cesar Vallejo), si sono laureati presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Trujillo, per poi intraprendere l’insegnamento a Chimbote. Sua madre ha fondato la prima scuola elementare costruita in materiale nobile nel barrio di Huanchaquito. Carlos Jaico Carranza, dopo gli studi primari e secondari nella sua città, ha iniziato quelli universitari a Lima, per poi andare in Svizzera, dove si è laureato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Friburgo, con menzione d’onore cum laude. E’ Master in Diritto presso le Facoltà di Diritto delle Università di Friburgo e a Manchester, nel Regno Unito, compiendo poi studi superiori di Master in Business Administration presso la Business School di Zurigo. Ha uno studio di consulenze internazionali e si occupa in particolare di geopolitica, etica, lotta alla corruzione e sviluppo. E’ professore di Diritto internazionale e autore di numerose pubblicazioni e articoli di grande rilevanza nel campo del Diritto civile, Diritto bancario e amministrativo. Le sue opere giuridiche sono di riferimento per le autorità giudiziarie, cantonali e federali in Svizzera, Paese in cui ha lavorato costantemente, con la sua attività di legale, per i suoi compatrioti e per gli immigrati di lingua spagnola in tutta Europa. Tiene le sue lezioni in vari Paesi.
Carlos Jaico Carranza è stato Presidente del Consiglio dell’Ufficio della Circoscrizione consolare del Perù a Berna. 
La sua attività giuridiche in Svizzera e in Europa gli ha permesso di conoscere bene i problemi degli immigrati specialmente dell’America Latina. E’ stato uno dei primi giuristi latino-americani a impegnarsi contro la violenza domestica e di genere. Continua a fornire concreti aiuti ai connazionali all’estero e alle donne in difficoltà, lotta per i diritti dei peruviani fuori dai confini della loro nazione. Fervente sostenitore della democrazia e della dignità del Perù, ha lavorato contro la corruzione, nepotismo e indegnità. Ha anche difeso il multiculturalismo etnico e linguistico nel suo Paese, promuovendo il dibattito sui diritti dei popoli indigeni alla ricerca di soluzioni per l'uso amministrativo delle loro lingue indigene. Conseguentemente al suo lavoro per le PMI, il commercio internazionale e il trasferimento di tecnologie tra la Svizzera e il Perù, è stato eletto Presidente della Camera di Commercio Svizzera - Perù (CCSP), con sede nella città di Basilea. L’ultima sua pubblicazione, recente, è sul “whistleblowing”, le irregolarità in campo bancario, una materia ancora poco affrontata in America Latina ma già dibattuta in USA e in Europa.


Presidente, il partito che lei ha fondato ha un nome molto indicativo riguardo ai suoi obiettivi. Quali sono i punti principali del programma di “Cambia Perù”?
Il primo è l’educazione di qualità e il secondo la crescita del Paese nella scienza e nella tecnologia. Il Perù si trova ultimo nella prova PISA per la valutazione internazionale dei sistemi scolastici: il rendimento è molto basso nell’educazione dei suoi giovani e non cresce nei settori della scienza e della tecnologia. Questo avviene perché il Perù oggi sfrutta solo le sue risorse naturali come petrolio, gas, minerali, per sviluppare la propria economia, e non pensa alla tecnologia come strumento di trasformazione per dare un valore aggiunto alle produzioni che costituiscono una fonte di reddito. Esportando petrolio, gas, minerali, il Paese non solo ha un rendimento basso, ma questo sfruttamento delle risorse naturali, con il tempo, lo fa ulteriormente impoverire. Da duecento anni, dal 1821, quando ha raggiunto l’indipendenza, il Perù sta facendo sempre la stessa cosa: vende le risorse naturali senza valore aggiunto, causando anche un danno all’ambiente, mentre le multinazionali continuano a sfruttare le ricchezze del Paese.
A livello industriale il Perù come si colloca?
Si colloca ad un livello basso. Non abbiamo le basi per industrializzare il Paese perché non siamo avanzati nel formare gli ingegneri necessari per l’industria, non abbiamo ricercatori scientifici. Nel settore minerario, ad esempio, abbiamo progetti del valore di 50 miliardi di dollari ma per realizzarli sono necessari ingegneri che il Perù non possiede. Per questo dobbiamo investire in educazione di qualità, nelle scienza e nella tecnologia: se non abbiamo una base di ingegneri, di scienziati, di ricercatori, non possiamo pensare di industrializzare il Paese. 
Quanto investe il Perù in scienza e in tecnologia?
Investe appena lo 0,15% del Pil, più o meno il 3% del bilancio generale della Repubblica. Il Pil - in crescita - nel 2013 ha raggiunto 210.349 milioni di dollari.
Esistono reali possibilità di aumentare questa percentuale?
Questo è il punto: non è una priorità per i nostri governanti, non fa parte della loro visione del Paese. Attualmente in Perù vi sono 2.000 ricercatori: numero pari allo 0,006% della popolazione economicamente attiva. Questo è niente. Siamo 30 milioni di abitanti. Il Cile, che ha 10 milioni di abitanti, ha 17.000 ingegneri e ricercatori, lo 0,8%. Non si progredisce perché non si sono incoraggiate e non si incoraggiano le carriere scientifico-tecnologiche e in generale si registra un basso rendimento scolastico.
Come pensa si possa trovare una soluzione?
Il Perù non è passato per la società della conoscenza ma ha grandi possibilità da sfruttare. Il ricercatore, ma anche il peruviano medio, abbandonano il Perù, non incontrando opportunità nel loro Paese. Noi dobbiamo attrarre gli scienziati e i ricercatori peruviani nel mondo attraverso degli incentivi e una nuova legislazione che permetta loro di rientrare con migliori condizioni di lavoro.
In quanti anni è possibile, secondo il suo parere, creare una inversione di tendenza?
Abbiamo calcolato che il Perù, per poter modificare questa situazione, ha necessità di almeno dieci anni di intenso lavoro. In dieci anni potremmo, ad esempio, formare un numero maggiore di ingegneri, di scienziati; instaurare politiche che permettano di avanzare nella società della conoscenza. Mancano buone infrastrutture, come pure le sovrastrutture, rappresentate dagli insegnanti.
Il numero delle Università è sufficiente? 
Le Università ci sono. Il problema è che in Perù questo settore è gestito da privati. Durante la presidenza di Alberto Fujimori, negli anni Novanta, fu permesso che l’educazione universitaria fosse affidata al settore privato, senza investimenti da parte dello Stato. Fujimori liberalizzò l’educazione e la rese un affare ma senza la capacità di educare veramente i cittadini. Il Perù ha cinque Università più dell’Italia; anche se con una scarsa qualità educativa, è, sorprendentemente, il secondo Paese dell’America del Sud per numero di Università, dopo il Brasile: secondo il Ministero dell’Educazione, il nostro Paese, con 30 milioni di abitanti ne ha, oggi, 140. ll Brasile, con una popolazione di oltre 200 milioni di abitanti - 7 volte maggiore di quella del Perù - ne ha 197. 
Le strutture universitarie hanno il sostegno del Governo?
Il sostegno che hanno consiste nell’esenzione dal pagamento dell’imposte. Nessuna istituzione educativa le paga, quindi sono tutte milionarie.
In quanto strutture private e perciò costose, possono accedervi solo i figli di famiglie benestanti? 
Sì e oltretutto l’educazione non può essere la migliore. Nessuna Università peruviana figura tra le prime 500 nel mondo. Questo sarà il nostro lavoro principale da ora al 2016: se vogliamo essere un Paese sviluppato dobbiamo cambiare il sistema educativo oltre che progredire in scienza e tecnologia. 
Nel suo programma l’Alleanza del Pacifico ha un ruolo molto importante. Perché?
E’ molto importante per noi perché rappresenta un’unione molto favorevole a livello commerciale tra quattro Paesi dell’America Latina - Cile, Colombia, Messico e Perú - mai esistita prima e molto attesa. 
Un’alleanza valida anche per esportare in tutto il mondo?
Esattamente. L’Alleanza del Pacifico ha ambasciate commerciali in Turchia, in Marocco, e si sta installando nell’Unione Europea. È molto operativa e copre un mercato da 200 milioni di consumatori. L’Alleanza è stata fondata il 28 aprile 2011 e da allora è stato esportato quasi il doppio di quanto raggiunto con Mercosur, fondato nel 1991.
In relazione all’Alleanza del Pacifico, quale è la strategia del suo partito? 
Noi pensiamo che dobbiamo continuare su questa strada, per includervi poco a poco altri Paesi che hanno la stessa visione dello sviluppo.
Quali altri Paesi?
Stiamo pensando, ad esempio, a Costarica e Panama, che stanno lavorando abbastanza bene.
Sono Paesi che necessitano, come il Perù, di nuove aperture commerciali?
Esatto. La nostra è un’alleanza strategica che si deve fortificare perché l’America Latina abbia forza nel mondo per poter negoziare i rapporti e diventare un polo di competitività. 
L’Alleanza potrebbe essere occasione anche per interscambi culturali con altre Università?
L’Alleanza del Pacifico si sta sviluppando ad immagine dell’Unione Europea con la libera circolazione di capitali, di persone e di servizi. Ad esempio, già per il Perù non vi è necessità di visto per il Messico e viceversa. E’ sufficiente la carta d’identità per recarsi in Colombia, in Cile o in Messico. Stiamo inoltre lavorando anche sugli scambi accademici e universitari. Il blocco costituito dall’Alleanza del Pacifico rappresenta il 37% del prodotto interno lordo, concentra 50% del commercio totale e attrae il 45% degli investimenti stranieri diretti. Sono quindi indubbi i vantaggi di competitività nel settore minerario, forestale, energetico, agricolo, ittico, manifatturiero. L’Alleanza del Pacifico ha anche un obiettivo strategico verso i Paesi asiatici.
Esistono accordi commerciali anche con gli USA?
I Paesi che fanno parte dell’Alleanza hanno un trattato di libero scambio con gli USA ma sta nascendo un altro tipo di trattato: l’Alleanza del Pacifico ha infatti il vantaggio di poter discutere con molto più potere.
Lei pensa che sia auspicabile far nascere una nuova classe dirigente per portare lo sviluppo e la trasformazione del Perù?
Sarà molto difficile perché gran parte la classe politica peruviana ha, da un lato, una bassa formazione accademica e dall’altro un basso livello di moralità. Questo fa sì che in primo luogo non si abbia la visione di quello che si deve fare e che si rilevi un alto indice di corruzione. Il Perù è diviso in regioni ognuna delle quali ha un presidente. Di 26 presidenti regionali almeno dieci sono in carcere perché accusati di corruzione. E’ triste che in un Paese quasi la metà della classe dirigente si trovi in carcere. Questo è quello che dobbiamo cambiare. La classe politica certo non aiuta a crescere velocemente. La gente ha perso le speranze. 
Qual è la posizione della Chiesa in Perù?
La Chiesa raramente si pronuncia contro la corruzione. Questo è un fatto che si nota molto. Ad esempio, quando vi sono le elezioni, il Cardinale suggerisce il candidato da votare. Essendo il nostro un Paese cattolico, è chiaro che questo ha un grande peso.
Qual è la sua analisi della politica di oggi in Perù?
La politica è vista come un mezzo per arricchirsi, non come un mezzo per servire i cittadini. Nei partiti entrano persone mediocri che non hanno un diploma. Questo fa sì che non vi sia nessun tipo di progresso, nessun tipo di progetto che possa far crescere il Paese. In questa prossima elezione vi sono anche candidati che hanno subito pesanti condanne penali. I partiti prendono queste persone tra le loro fila. Non ci sono filtri, non c’è un’attenta selezione: l’unica cosa che interessa è quanto denaro queste persone portano al partito. Per questo può essere normale che incontriamo terroristi che si presentano alle elezioni come accade adesso. Sono gli stessi dirigenti dei partiti politici che permettono questo. Come possiamo andare avanti in questo modo? 
Occorre una riforma dei partiti politici. 
Qual è la posizione di “Cambia Perù” riguardo a questa grave situazione?
“Cambia Perù”, invece, opera una selezione molto severa: prima di tutto non accettiamo nessuna persona condannata penalmente; secondo, non accettiamo chi ha militato precedentemente in altri partiti. Cerchiamo cittadini che siano professionisti e che possano, attraverso le loro conoscenze tecniche appoggiare lo sviluppo del Perù.
Nel dibattito sull’aborto, tema molto sentito in Perù, qual è la posizione del suo partito?
La nostra posizione è la seguente: noi diciamo sì alla vita e no all’aborto. In Perù si dice non all’aborto ma il problema è che si vuole impedire l’aborto con una legge e questo è impossibile perché, ad esempio, il codice penale stabilisce che la persona che pratica l’aborto e chi l’ha aiutata possono essere condannati ad minimo di due anni di carcere. La domanda che le pongo è: ad una poverina di 14 o 15 anni che rimane incinta si può infliggere una condanna penale? Le giovani non sono informate, non sanno che fare, si trovano sole e, non potendo abortire clinicamente, assistite in un ospedale, si mettono nelle mani di gente che le fa abortire clandestinamente attentando alla loro vita e a quella del feto. Questa è la situazione che abbiamo in Perù. Pensare che con una legge che vieta l’aborto si possa risolvere il problema è assurdo. Le giovani che restano incinte si trovano con il fidanzato che scappa, con la famiglia che la allontana, abbandonano gli studi, ed infine si trovano completamente perdute, senza soldi. L’unica cosa che resta loro da fare è abortire: non potendo farlo in un ospedale, cercano una maniera clandestina. 
Voi cosa proponete? 
Noi proponiamo una via intermedia, ovvero che in ogni ospedale del Perù sia formata una équipe di assistenza composta da medici, ostetrici, pediatri, psicologi, assistenti sociali, a cui la giovane si può rivolgere per essere informata sui pericoli dell’aborto, sulla sua situazione familiare, sociale, accademica. Una volta in possesso di tutte le informazioni potrà prendere una decisione. Se deciderà di abortire lo farà in ospedale e se deciderà di non farlo, perfetto: avremo salvato una vita per questo mondo. 
Come è organizzato il sistema sanitario in Perù? E’ adeguato alle necessità?
Il Perù necessità di investimenti nel settore della salute. Le sue strutture non sono le migliori e non coprono le esigenze dei cittadini. Vi sono, al contrario, molti investimenti in strutture private. Questo significa che in Perù curarsi costa caro e il cittadino con un salario medio non si può permettere il ricovero in una clinica privata. Nell’ospedale pubblico l’assistenza non è buona; nella clinica privata l’assistenza è cara e le necessità sono maggiori nelle regioni più povere del Paese. Lo Stato non investe sufficientemente in materia di salute essendo il più basso dell’America del Sud. Quindi è fondamentale una riforma del settore.
Per quanto riguarda il settore turistico, il Perù possiede grandi ricchezze: sono adeguatamente sfruttate?
Il Perù attraversa un momento molto fortunato per quello che riguarda il turismo. Abbiamo il Machu Picchu che rappresenta una grandissima attrattiva, ma il Paese ha molto di più di questo: vi sono altre grandi ricchezze archeologiche. A Nord si trovano Sipàn, Chan Chan, nel sud sono le Líneas de Nazca, importanti siti archeologici su cui il Perù potrebbe investire ma ora è stata invasa da trafficanti di terra. Il nostro turismo è molto focalizzato su Cusco, Machu Picchu e Nazca e su quella parte di Amazzonia che ci appartiene, ma non si è sviluppato su più larga scala e in modo diversificato.
L’indotto turistico è quindi anch’esso da sviluppare?
Con il turismo il Perù ha realizzato nel 2013 4 miliardi di dollari, il 12% in più rispetto all’anno precedente. Registriamo un aumento dei turisti ma dobbiamo lavorare per migliorare le infrastrutture, e l’offerta turistica perché vi sia la possibilità di una sua maggiore diversificazione. Un altro settore importante su cui puntare è la gastronomia che rappresenta attualmente una grande attrattiva, ma anche in questo settore dobbiamo lavorare per essere più competitivi. 
I prodotti della gastronomia locale rappresentano dunque una ricchezza? 
Il Perù utilizza interamente le sue coltivazioni, la sua produzione che è molto ricca. Caratteristica è la grande varietà di patate utilizzate in molti piatti tipici. Non esiste, però, una pianificazione per le nostre necessità alimentari: importiamo riso dall’India, grano e carne dall’Argentina anche se la maggior parte di quello che utilizziamo nella nostra cucina si trova in Perù. Esportiamo molto bene e l’industria agroalimentare ha potenzialità abbastanza grandi. 
Come può essere sviluppato il settore agricoltura secondo il partito “Cambia Perù”?
Dobbiamo fare in modo che l’agricoltore diventi impresario-agricoltore. L’agricoltore non deve essere solo colui che semina e coltiva: deve essere anche impresario, capire come generare ricchezza dallo sfruttamento agricolo, attraverso le coltivazioni e la trasformazione dei latticini. 
Per il settore delle tecnologia, cosa si rende indispensabile? In che modo si possono attrarre investimenti?
Il Perù ha necessità di investimenti e per questo è necessario capitale umano che deve essere formato. Torniamo al tema della educazione di qualità in scienza e in tecnologia. Se non abbiamo questo, non possiamo chiedere alle imprese di venire nel nostro Paese ad installarsi. 
Il sistema finanziario, che è fondamentale per lo sviluppo di un Paese, come è organizzato? 
Il sistema finanziario peruviano ha iniziato ora ad aprirsi. Le banche regionali stanno appoggiando i progetti di sviluppo, gli investimenti e il microcredito. Questo sta funzionando abbastanza bene con agricoltori e allevatori, soprattutto nella parte andina del Perù. Gli agricoltori sono persone molto povere e necessitano di un piccolo credito che, però, non deve essere ad alto tasso di interesse come è adesso, anche rispetto ad altri Paesi dell’America Latina. Quindi dobbiamo lavorare per un tipo di prestiti o crediti agli agricoltori con un interesse basso, ad esempio 1-2%, che permetta loro di lavorare in maniera ideale.


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